Favola zuccherosa e ritmata per bambini cresciuti

(Racconto pubblicato sul numero dell'inverno 2010 di Un Due Tre Stella! Laboratorio di Carta, Rivista edita da Lupo Editore, Lecce. Per andare al sito della rivista cliccate qui)

IL PAESE DEGLI UCCELLI DI CARTA


di Maria Cristina Strati
Illustrazioni di Guglielmo Castelli





Non so come si faccia a rendere un cuore così leggero da farlo volare. So però che una volta qualcuno ci è riuscito, e neanche molto tempo fa. E’ una storia che fa venire i brividi, per la paura e per la commozione.

Accadde tutto in un paese molto lontano da qui, ma meno difficile da raggiungere di quello che pensate. Tutti lo chiamavano il paese degli uccelli di carta. Erano uccelli cattivi. Belli a vedersi, ma voraci e famelici. Mangiavano il cuore della gente.

In quel paese abitava il Signor Ego, un uomo malvagio e invidioso dei sentimenti altrui. Nella sua casa isolata in cima alla collina, Ego creava i magici volatili, simili ad origami fatti spiegazzando mille volte pagine di libri non letti o di lettere senza destinatario. Lui piegava e ripiegava le pagine e poi… puff! magia! Gli uccelli fatti di carta e parole scritte svolazzavano qua e là strepitanti e affamati.

Infatti Ego non aveva più parole da dire a qualcuno. O meglio, di parole ne aveva moltissime, di tutte le lingue e di tutti i colori. Ma le sue parole non parlavano più. Erano da troppo tempo chiuse nei libri, nell’inchiostro delle penne o della sua stampante laser per avere ancora in loro amore da condividere. Perciò, per fame e per rancore, Ego mandava gli uccelli a mangiare il cuore della gente.

Però, giù a valle, vivevano una bambina e un bambino il cui cuore sapeva parlare la sua lingua fatta di verità e parole piene di significato. Io e Tu - così si chiamavano i due - trovarono il loro bel cuore una volta, per caso. Era un giorno grigio e muto, in cui le uniche parole rimaste non erano che nel ronzio molesto e confuso di centinaia di verbosi uccelli di carta.

Lo videro per la prima volta nella soffitta della casa di Io, aprendo un cassetto chiuso da chissà quanto tempo e che nessuno ricordava più. Eccolo lì: un cuore proprio vero, commosso e fremente, smisuratamente pieno di magnifiche e dolorose emozioni, grandi e piccole. Che sorpresa! Lui pulsava, timido ed esitante, rosso rosso - e non per la vergogna. Bellissimo, tutto sudato: con il suo bum bum ritmico e delicato, che per sentirlo dovevi avvicinare l’orecchio o la mano, e stare un attimo in devoto silenzio.

Ma il cuore palpitante aveva bisogno di sorrisi e d’aria. Non si poteva tenerlo chiuso lì, nemmeno per proteggerlo. Ne aveva bisogno presto, prima di dare il suo ultimo battito, forse così sconsolatamente vicino. Io e Tu capirono subito che bisognava salvarlo, renderlo leggero, farlo volare.

Che fare allora? Portarlo via era pericoloso. Gli uccelli di carta potevi tenerli fuori dalla finestra o tapparti le orecchie per non ascoltare le loro chiacchiere: non certo passargli davanti, con un bel cuore nella mano, senza che lo addentassero con i loro becchetti aguzzi. Immaginate due bambini che se ne vanno in giro, un giorno freddo e buio, con un tenero cuore in bella vista e tutti quegli uccelli famelici là fuori. Non era proprio possibile.

Però una persona adulta, con l’aria seria e triste e senza più un cuore nelle mani, forse ce la poteva fare. Gli uccelli di carta avrebbero pensato che lui il cuore non ce l’aveva più, che glielo avevano già mangiato qualche altra volta, e l’avrebbero lasciato andare.
Fu così che Io salì sulle spalle di Tu. Indossarono un lungo e vecchio cappotto grigio: dal colletto spuntava la testa di Io e dall’orlo in basso le scarpette di Tu. Io si mise in testa uno strano cappello simile alle orecchie di un coniglio di pezza, come una maschera buffa, e sul viso una lunga barba fatta di cotone. Si infilarono il cuore sotto il bavero del cappotto, tenendolo stretto, delicatamente.

Così, sotto mentite spoglie, i due si affacciarono timorosi dall’uscio di casa. Prima camminavano a passi lenti e cauti. Poi Tu si mise a correre con le sue gambette magroline e lunghe lunghe, mentre Io gli ballonzolava sulle spalle e cercava di rimanere in equilibrio. Gli uccelli di carta vagavano intorno, senza accorgersi di nulla. Il cuore guizzava sempre più svelto sotto la lana del cappotto: caldo ed emozionato, tra le mani di Io e sopra le spalle di Tu.

Quando furono in aperta campagna, Tu e Io fecero un recinto di filo e di frecce per proteggere il cuore dal vento, dalla pioggia e dagli uccelli ciarlieri. Posero il cuore lì, al centro.

Così, riparato e accudito, senza bisogno di parole, il cuore timidamente si fece coraggio. Prima un battito più robusto, poi il ritmo si fece più intenso. Bum. Si sentì palpitare. Io e Tu stavano in silenzio. Il cuore accennò una piroetta. Solo un giro su se stesso e poi giù. Ma poi d’un colpo batté forte, e con un balzo leggero si alzò.
Volava. E Tu e Io con lui.

Piano piano le nuvole si fecero più rade, il sole si affacciò sulla pianura. Tu, Io e il cuore pulsante volteggiavano leggeri, ridendo. Gli uccelli di carta planarono giù per terra in fogli spiegati. Tornarono ad essere nient’altro che pagine di libri mai letti e di lettere non spedite. Parole perdute che forse, in silenzio, da qualche parte, qualcuno oggi sta provando ad ascoltare.


(immagine courtesy Un due tre stella! laboratorio di carta, ed. Lupo, Lecce, e Guglielmo Castelli)